Visualizzazione post con etichetta Audio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Audio. Mostra tutti i post

[OltreRocciamelone] - Intervista a Jean Guillou


I Di seguito troverete: 1) trascrizione dell'intervista in italiano; 2) traduzione dell'intervista in francese; 3) versione integrale dell'intervista in un file audio in italiano

F Vous trouverez ci-après:  1) transcription de l'interview en italien; 2) traduction de l'iterview en français; 3) version intégrale de l'interview dans un file audio en italien.


In Italiano:

SUSA  (TO) – Sabato 17 luglio, nell’ambito della rassegna Organalia-Ekklesia 2010, organizzata dalla Provincia di Torino con il sostegno della Fondazione Crt, si è tenuto nella cattedrale di Susa il concerto di Jean Guillou, uno degli organisti più importanti al mondo.
Guillou, che ha da poco compiuto ottant’anni, ha dato un notevole contributo non solo alla musica organistica contemporanea, ma anche all’arte dell’improvvisazione e all’arte organaria, con parecchi organi costruiti su suo progetto. Al suo attivo anche una discografia molto ricca e un libro, L’orgue, Souvenir et Avenir, giunto alla sua terza edizione in Francia.
Con il suo concerto, il maestro ha incantato un pubblico numeroso, ricevendo una vera cascata di applausi. Durante il suo soggiorno segusino ci ha concesso un’intervista.

Come si è avvicinato alla musica, e in particolare alla musica d’organo?

Prima ho suonato il pianoforte a casa. Nella mia famiglia eravamo otto fratelli. Io ero il terzo e ho fatto come il mio fratello maggiore:  ho cominciato a suonare, ma senza maestri. Poi un parroco che abitava vicino a noi mi ha chiamato a suonare l’organo, e ho cominciato così, semplicemente.

Lei è un musicista completo. Perchè ha dedicato tanto lavoro per valorizzare l’organo? Quali sono secondo Lei le potenzialità di questo strumento?
L’organo ha continuato ad evolversi fin da quando è stato inventato, nel III secolo a.C. Veniva usato nei teatri greci e romani, poi si è diffuso in tutta Europa. Solo dodici secoli dopo è entrato nella Chiesa. Quando si cominciarono a costruire le grandi chiese gotiche ci fu bisogno di organi che suonassero di più, con più registri. L’organo è diventato sempre più ricco e ogni secolo ha avuto uno stile diverso. Penso che oggi l’evoluzione deve continuare. Ho fatto costruire organi su miei progetti, inserendo nuovi registri, mettendo insieme cose diverse. È un po’ come tentare di racchiudere la migliore musica di un violino, di una tromba e così via nello stesso strumento.

Da cosa trae ispirazione per le Sue composizioni?

Per me la musica deve sempre venire dalla vita. Tutto quello che accade nella vita, il bene e il male, entrano nella mia musica

C’è un maestro del passato che sente particolarmente affine?

Gesualdo, molto importante nella storia della musica, e naturalmente Bach, il più grande. Ma sono molto sensibile anche alla musica romantica: Liszt, Schumann. Ho fatto molte trascrizioni di opere sinfoniche di Listz.

Parliamo della Sua discografia. Lei ha compiuto una vera impresa musicale: è stato il primo ad incidere entrambe le sonate di un allievo di Liszt...
Sì, J. Reubke era uno straordinario organista e pianista. Scrisse giovanissimo e morì a 24 anni lasciando due sonate, una per organo e una per pianoforte, assolutamente grandiose. Ancora oggi la sonata per pianoforte è suonata da non più di tre musicisti in tutto il mondo. Io le ho suonate entrambe perchè ritengo molto importante diffondere l’opera di Reubke.

Cosa accade nella mente di un musicista durante l’improvvisazione? Usa la ragione e pensa al prossimo passo o svuota la mente e si lascia andare alla creazione?

No, no, non si lascia andare! Per me è come comporre, ma compongo adesso e adesso sono l’interprete della mia composizione. La sola cosa difficile, su cui bisogna lavorare molto, è pensare e comandare alle dita di suonare esattamente il pensiero.

Com’è nata la composizione di Sagas?

Tre delle Sagas sono nate proprio da improvvisazioni, che avevo fatto per incisioni e poi ho scritto. Sono state ispirate dal viaggio dell’Apollo sulla Luna: un momento drammatico, un’avventura fantastica, meravigliosa.

Dopo aver raggiunto le vette più alte, ha ancora qualche sogno musicale da realizzare?

Oh, molti! Ho tante opere da scrivere. Ho da poco cominciato una grande sinfonia per orchestra, ma ho davvero moltissimi progetti che vorrei realizzare.


En Français:

SUSA (Italie) – Samedi le 17 juillet, Organalia-Ekklesia 2010, le festival de musique d’orgue organisé par la Provincia di Torino (Turin), a présenté dans la cathédrale de Susa un concert de Jean Guillou, un des organistes les plus célèbres du monde.
Jean Guillou a enchanté un public nombreux avec une sonate de Cesar Frank, des musiques de Händel et Schumann adaptés par lui-même, une de ses compositions et une improvisation.

Comment vous êtes-vous approché de la musique , et en particulier de la musique d’orgue ?

J’ai commencé en sonnant le piano chez moi. Nous étions huit frères. Moi, j’étais le troisième et j’ai suivi l’exemple de mon frère agé : j’ai commencé à sonner, mais sans maîtres. Ensuite, un prêtre qui habitait près de nous m’a demandé si je voulais aller à sonner l’orgue dans son église, et j’ai commencé comme ça, tout simplement.

Vous êtes un musicien complet. Puorquoi avez-vous dédié tant de travail à valoriser l’orgue ? Quelles sont, selon vous, les potentialités de cet instrument ?

Dès qu’il fut inventé, au III siècle avant J.C., l’orgue a continué à s’évoluer. Il était utilisé dans les théâtras grecques et puis romains, et ensuite il s’est diffusé dans toute l’Europe. Il est entré dans l’Eglise seulement 12 siècles après de sa naissance. Quand on a commencé a constuir les grandes églises de l’époque gothique, on a eu besoin d’orgues qui sonnaissent plus fort et avec plus de régistres. L’orgue est devenu de plus en plus riche et chaque siècle a eu son style. Je pense qu’aujourd’hui l’évolution doit continuer. J’ai fait construire des orgues que j’ai projeté, j’ai mis des nouveaux registres, j’ai mis enseble choses différentes. C’est un peu comme essayer d’unir la meilleure musique d’une trompette, d’un violon etc, dans le même instrument.

Quelle est la source d’inspiration de vos compositions ?

 Pour moi la musique doit toujours venir de la vie. Tout ce qui se passe dans la vie, le bien et le mal, entrent dans la musique.

Ya-t-il un maître du passé auquel vous vous sentez particulièrement proche ?

Gesualdo, qui fut très important dans l’histoire de la musique, et naturellement Bach, le plus grand.
Mais je suis très sensible à la musique romantique aussi : Liszt, Schumann. J’ai adapté beaucoup d’oeuvres symphoniques de Liszt.

Parlons de votre discographie. Vous avez fait un exploit : vous avez été le premier à enregistrer toutes les deux sonates d’un élève de  Liszt...
 
Oui, J. Reubke fut un extraordinaire élève, un organiste et pianiste. Il a écrit très jeune, tant que quand il est mort, à 24 ans, il a laissé deux sonates, une pour orgue et l’autre pour piano, absolument grandioses. Encore aujourd’hui la sonate pour piamo n’est sonné que par deux ou trois musiciens dans le monde entier. Je les ai sonnées toutes les deux car je considère très important faire connaître l’oeuvre de Reubke.

Qu’est-ce qui se passe dans la tête d’un musicien pendant l’improvisation ? Il utilise la raison et il pense au prochain pas, ou bien il se laisse aller et laisse son ésprit libre de créer ?

Non, non, il ne se laisse pas aller ! Pour moi c’est un peu comme composer, mais je compose maintenant et maintenant j’interprète ma composition. Il y a seulement une chose difficile, sur laquelle on doit travailler beaucoup, et c’est penser et au même temps commander aux doigts de sonner exactement ce qu’on pense.

Comment est née la composition des Sagas ?

Trois des Sagas sont nées justement comme improvisations, que j’avais fait pour les enregistrer, et qu’ensuit j’ai écrit. Elles ont été inspirées par le voyage de l’Apollo sur la Lune : un moment dramatique, une aventure fantastique, merveilleuse.

Après avoir obtenu les résultats les plus hauts, avez-vous encore des rêves musicales à réaliser ? 

Ah, oui, beaucoups ! Il y a beaucoups d’oeuvres que je voudrais écrire ; j’ai récemment commencé à écrire une grande symphonie pour orchestre, et il y a vraiment beaucoup de projets que j’aimerais réalser !


Ascolta l'intervista a Jean Guillou cliccando sul link qui sotto:
Ecoute l'interview à Jean Guillou en cliquant sur le link ci-dessous:






Da un articolo di Jenny Cuk, pubblicato su Luna Nuova, n. 55 anno 2010

.

[OltreRocciamelone] - Coro Alpi Cozie e L'Una e Cinque in concerto a Susa

Foto e brano da lunaecinque.com
SUSA (TO) – Nell’ambito della rassegna “50 anni... di nota in nota”, organizzata dal Coro Alpi Cozie per celebrare il suo cinquantesimo anniversario, venerdì 16 luglio si terrà un concerto in piazza IV Novembre (meglio nota come piazza del Sole) a Susa.

Il Coro Alpi Cozie presenterà in apertura alcuni brani di musica moderna per poi lasciare il palco a L’Una e Cinque, quintetto vocale torinese a cappella, che proporrà un repertorio di vocal jazz.
Fondato nel 1995, questo gruppo ha ricevuto numerosi riconoscimenti a livello nazionale e internazionale: nel 2007, ad esempio, ha vinto a Roma il premio “Voceania”, conferitogli per “l’eclettismo stilistico, capace di voli pindarici elevati. Per l’eleganza timbrica e dinamica delle armonizzazioni vocali”. Ha inoltre partecipato a varie trasmissioni televisive, tra cui “Alle 2 su Rai 1”.

Il programma della serata di venerdì si presenta molto vario, spaziando tra epoche e generi musicali diversi. L’una e Cinque eseguirà brani che vanno dal Rinascimento al ‘900, passando per il jazz, il pop, il canto cinquecentesco, la musica contemporanea (Autumn Leaves, Java Jive dei Manhattan Transfer, Here Comes the Flood di Peter Gabriel, per fare qualche esempio), lo spiritual ed il musical (brani da Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante).

Il concerto avrà inizio alle ore 21:00 e in caso di maltempo si terrà presso il salone Mons. Rosaz. L’ingresso è libero e gratuito.

Per ascoltare un brano (Vois sur ton chemin) cantato da L'Una e Cinque, clicca sul player qui sotto:


.

[OltreRocciamelone] - Francesco Cilluffo: da Torino a New York sulle ali della musica

Foto da route66.corriere.it
Da Torino a New York sulle ali della musica. Francesco Cilluffo è un giovane direttore e compositore che sta intraprendendo una brillante e promettente carriera.

Nato nel 1979 a Torino, Francesco Cilluffo si è diplomato in direzione d'orchestra e composizione ed ha una laurea in storia della musica.
Dopo il diploma e la laurea, Francesco ha lasciato la sua Torino e si è recato a Londra, dove tra il 2003 e il 2009 ha conseguito un master presso la Guidlhall School of Music and Drama e un dottorato presso il King's College. In quegli anni si è perfezionato con Michael Tilson Thomas (London Symphony Orchestra), Gianluigi Gelmetti (Accademia Chigiana di Siena) e Ivan Fischer (Budapest Festival Orchestra). Dal 2006 è assistente di John Mauceri negli Stati Uniti e in Europa.
Come compositore, si è perfezionato con Robert Keeley, Alexander Goehr e George Benjamin. Ha scritto e diretto per l'Orchestra Sinfonica Nazionale Rai, per l'Electra Ensemble di Amsterdam, per l'Università di Graz.

Nel 2010, un grande evento: la sua opera lirica "Il caso Mortara" è stata rappresentata a New York presso il Dicapo Opera Theatre. Era dai tempi di Puccini che un teatro di New York non commissionava un'opera a un compositore italiano. "Il caso Mortara" prende spunto da una vicenda storica: nel XIX secolo, un bambino ebreo italiano viene sottratto alla famiglia per volere di Pio IX, perchè cresca nella fede cattolica. Per ascoltare un'aria dell'opera (la separazione del bambino, Edgardo, dalla madre) clicca [qui].

Nel 2011 Francesco Cilluffo tornerà a Torino per dirigere un concerto che sarà allo stesso tempo un grande classico e una novità. Per la prima volta verrà eseguito in Italia il Requiem di Mozart nella versione di Robert Levin. Il concerto rientra nella stagione dell'Orchestra Filarmonica di Torino. Insieme ad essa, Cilluffo dirigerà il Coro dell'Accademia Stefano Tempia e il Gruppo Vocale Eufoné (17-18 aprile 2011, Conservatorio G. Verdi).

Francesco Cilluffo racconta ai lettori di OltreRocciamelone il suo percorso personale, l'importanza dell'esperienza all'estero, l'attaccamento alle sue radici torinesi e il perchè della scelta di rappresentare la versione del Requiem proposta da Levin. Per ascoltare l'intervista, clicca sul player qui sotto:


.

[OltreRocciamelone] - Lou Tsamin Francoprovensal: sui passi della lingua francoprovenzale

SUSA – Il 27 giugno, nell’alba di una giornata di sole, il gruppo di camminatori dello Tsamin Francoprovensal ha cominciato il suo lungo viaggio per i monti italiani, francesi e svizzeri.
Dove corre il loro cammino, l’aria pura delle montagne si colora di parole. Parole antiche, mai dimenticate. Parole che questi viaggiatori vogliono vive.

Gli otto componenti della spedizione fanno parte dell’associazione Chambra D’Òc e della sua sessione francoprovenzale chiamata Tsambra Francoprovensal. Occitani e Francoprovenzali si sono uniti per contribuire alla conoscenza della lingua francoprovenzale, in un itinerario ricco di storia e tradizione, ma anche di grande bellezza dal punto di vista paesaggistico.

Il sindaco Gemma Amprino ha salutato i camminatori al castello di Susa: “Sono felice e onorata che Lou Tsamin Francoprovensal parta da Susa e a Susa ritorni”.
Hanno accompagnato i viaggiatori gli uomini del soccorso alpino di Susa, e più di trenta persone unite dall’amore per una lingua che sentono come parte integrante della propria identità culturale. Anche per le prossime tappe sono attesi numerosi partecipanti, attratti dalla possibilità di scambiare le proprie storie e dal fascino della montagna.
Lasciata Susa dopo un paio di canti “inaugurali”, il gruppo si è diretto a Novalesa e di lì ha proseguito per il Moncenisio, dove è giunto nel tardo pomeriggio: una camminata di 16 km per 1250 m di altitudine.

Marco Rey, responsabile della Tsambra, spiega: “L’itinerario, lungo 500 km, tocca i luoghi dove è ancora viva la parlata franco-provenzale. É un percorso ad anello, un giro simbolico dell’area francoprovenzale, che è molto più ampia. Abbiamo scelto una delle zone più belle d’Europa. Inoltre Susa, coi paesi limitrofi, è una delle roccaforti del francoprovenzale. La partecipazione della gente è notevole: sabato, alla festa al castello di susa per l’inizio dello Tsamin, c’erano più di 400 persone. Tutti i giorni saremo ricevuti da comuni e associazioni locali. Faremo delle veillées, delle veglie in cui le persone ci racconteranno del loro paese e della loro tradizione”.

Una linguista, Teresa Geninatti, raccoglierà le testimonianze per registrare le varianti e per trovare alla fine un sistema di scrittura unificato. Verrà compilato un diario di viaggio, che al termine del percorso potrà diventare un libro e che giorno per giorno viene pubblicato sulla pagina facebook dello Tsamin, grazie a Marzia Rey. Inoltre, la documentarista Elisa Nicoli gira video che diventeranno un documentario. Già il primo giorno sono state realizzate molte interviste in francoprovenzale.

 Questi viaggiatori dello Tsamin Francoprovensal non vogliono vivere nel passato, ma vogliono che il passato faccia parte del loro futuro. Non sfuggono all’innovazione, ma con essa trasmettono la loro tradizione. Detta in francoprovenzale, la frase “Vou éspètèn a la tapa d’eummeun”, vi aspettiamo alla tappa di domani, assume un nuovo significato.




Per ascoltare l'intervista a Marco Rey prima dell'inizio del cammino, clicca [qui].



Per ascoltare l'intervista a Peyre Anghilante al termine della prima tappa, clicca [qui].



Da un articolo di Jenny Cuk pubblicato su Luna Nuova n.49 anno 2010.
.

[OltreRocciamelone] - Susa: 6° Raduno Lancia Delta Integrale

SUSA (TO) – Un rombo di motori nella quiete della domenica mattina nel centro segusino.
Il 27 giugno si è tenuto in piazza Savoia il raduno automobilistico dedicato alla Lancia Delta Integrale, giunto alla sesta edizione.

Hanno partecipato automobilisti provenienti da parecchie zone del Piemonte e da varie regioni italiane, tra cui la Val d’Aosta, la Lombardia e la Toscana.

La manifestazione si era aperta già sabato con un giro al Sestrière, mentre nella giornata di domenica, iniziata con l’intervento del sindaco Gemma Amprino, le auto hanno formato un corteo che si è diretto al Moncenisio.

Paolo Chevron, con la sua Lancia 
La Delta ha un passato glorioso: è l’auto che ha vinto il maggior numero di campionati mondiali di rally, con sei titoli tra il 1987 e il 1992.
Notevole anche la presenza femminile al raduno, a sfatare lo stereotipo secondo cui donne e motori non legano!

Per ascoltare le testimonianze degli appassionati, clicca [qui].




[OltreRocciamelone] - San Giorio: volontari per pulire le strade di montagna

SAN GIORIO (TO) - Nell'ambito della giornata ecologica organizzata dal comune, un numeroso gruppo di volontari di tutte le età ha dedicato la giornata del 26 giugno alla pulizia della strada che da San Giorio porta a Città.

La Squadra Orsiera della Protezione Civile

Hanno partecipato molte associazioni, tra cui l'ANA Val Susa, l'AIB, i comitati di borgata di Adrit, Città, Pognant, Ravoira.

C'erano anche i volontari della Squadra Orsiera della Protezione Civile, che hanno raccontato a OltreRocciamelone la loro esperienza, i motivi del loro impegno e il loro rapporto con l'ambiente. Hanno anche lanciato un appello ai giovani. Per ascoltare la loro testimonianza, clicca [qui].


.

[OltreRocciamelone] - Exilles: con gli Alpini per ricordare la battaglia di Monte Nero

Domenica 13 giugno Exilles è stato il nido delle Penne Nere, incastonato tra le Alpi con il suo forte maestoso: si è tenuto il 16° raduno sezionale e l’incontro dei reduci del 3° Reggimento Alpini.

E' stata commemorata la battaglia del Monte Nero, che ha ispirato poesie e un famoso canto degli alpini, Monte Nero [qui] 

Insieme agli alpini dell’ANA Val Susa, erano presenti molte altre sezioni piemontesi, la Protezione Civile e numerose rappresentanze: per fare alcuni esempi, c’erano i bersaglieri, i granatieri di Sardegna, i carabinieri, la polizia, i marinai, e anche alpins e chasseurs alpins di Chambery e Briançon.

Un mare di gagliardetti e stendardi hanno colorato la sfilata partita dal piazzale del forte e diretta alla piazza del paese per omaggiare il monumento dedicato agli alpini. La fanfara della sezione Val Susa ha accompagnato la cerimonia con le musiche che ancora oggi fanno battere il cuore degli italiani che sanno chi e che cosa li hanno resi tali.

Hanno preso la parola Giancarlo Sosello, presidente della sezione ANA Val Susa, il comandante del distaccamento 3° reggimento Alpini, il maresciallo cavalier Rosatelli, reduce novantaseienne del battaglione Exilles, il consigliere regionale Gian Luca Vignale, il presidente della Comunità Montana Val Susa e Val Sangone Sandro Plano, il consigliere nazionale ANA Mauro Gatti, il generale degli alpini Giorgio Blais e il sindaco di Exilles Michelangelo Castellano. Infine è stata celebrata la messa, che si è conclusa con la “preghiera dell’alpino”.

I discorsi delle autorità hanno messo in luce tre punti fondamentali. Il primo è, come si diceva, la commemorazione della battaglia del Monte Nero, avvenuta nel 1915 e passata alla storia come vittoria talmente brillante da far dire al nemico: “giù il cappello davanti agli alpini!”. Il Monte Nero, in Istria, era un punto di grande importanza strategica ed era occupato dalle truppe austro-ungariche. Il generale Etna stabilì che doveva essere conquistato ed affidò l’incarico ai battaglioni di Exilles e di Susa. Il monte aveva pareti impervie, quindi i nemici non erano molto numerosi, perchè un assalto era considerato un’impresa quasi impossibile. Gli alpini puntarono quindi sul fattore sorpresa. Coperti da un’azione sviatoria condotta dal battaglione Susa, gli alpini del battaglione Exilles, con poco equipaggiamento al di fuori di un sacco di terra ciascuno come riparo d’emergenza, compirono una straordinaria impresa alpinistica. Nella notte del 16 giugno scalarono 800 metri di dislivello e attaccarono energicamente le truppe austro-ungariche. Le perdite furono limitate, ma persero la vita due giovani ufficiali che ancora oggi sono ricordati per il loro valore: Alberto Picco e Valerio Vallero.

Le autorità hanno poi ricordato gli alpini caduti sia nelle guerre del passato sia in quelle più recenti. Diverse sono state le riflessioni sul presente e sul futuro degli alpini, in particolare per quanto riguarda le attuali missioni di peace-keeping all’estero. Si tratta di un tema complesso. Il generale Blais, dalla grande esperienza militare e accademica internazionale, interrogato da Luna Nuova su questo argomento, dice: “Io non accetto la definizione di missione di pace: i soldati sono addestrati per fare la guerra. Come diceva Vegezio, se vuoi la pace, prepara la guerra: i nostri contingenti all’estero non fanno missioni di pace, ma per la pace”.

Il terzo punto emerso dai discorsi è la stima e l’affetto che tutti nutrono per gli alpini, presenze vicine ai cittadini, portatori di valori intramontabili.

Così sono gli alpini, solenni ma anche festosi e camerateschi, testimoni di un tempo che fu ed amici di sempre delle nostre montagne e della nostra gente.

Guarda le foto dell'evento nell'album OR [qui]

Da un articolo di Jenny Cuk pubblicato su Luna Nuova n. 45 anno 2010
.

[OltreRocciamelone] - Jessica Carroll: sculture che nuotano, volano, cantano ...

Visitare la mostra di Jessica Carroll significa partecipare ad uno sguardo profondo che coglie l’essenza del marmo, dei minerali e dei metalli, la magia della vita delle api, l’impalpabilità degli animali acquatici e la vivacità degli uccelli. Significa osservare al microscopio la perfezione degli insetti e contemplare con un cannocchiale l’immensità del desiderio e del sogno. Significa riflettere sul paradosso dei rapporti tra le creature viventi, sempre sospeso tra opacità e trasparenza e rimettere in discussione il ruolo dell’uomo in questo nostro meraviglioso mondo.

La mostra non è antologica, ma costituisce un compendio della produzione di questa straordinaria artista torinese di adozione.

Si può visitare in Piazza Cavour 12, a Torino. Rimarrà aperta fino al 9 maggio. L’ingresso è libero e gratuito. L’organizzazione della mostra è stata curata dall’Associazione Golf Art, in particolare da Pegi Limone, con il sostegno della Regione Piemonte.

Jessica Carroll ci racconta la sua arte e la sua storia
- Breve estratto dell'intervista audio disponibile in fondo articolo -

Si può dire che la mostra sia organizzata attorno ad alcuni cicli ?

Sì, qualche modo sì. Anch’io ho dovuto scoprire che ci sono stati dei temi dominanti, che sono cominciati ad emergere, per esempio, già in "Il Sottobosco" [qui], del 1988, il mio primo lavoro professionale. Lì si vede che in primo piano c’è un'ape [qui]. Poi il lavoro sulle api è diventato principe nel 1997, quando ho cominciato a fare scultura: il primo alveare di bronzo l’ho fatto nel 1997, cioè quasi 10 anni dopo quell’ape, poi nel corso del tempo ho continuato a fare le api in tutti i modi.

Cosa simboleggiano le api?

Non è una scelta basata sul piano simbolico. Il lavoro di un artista visuale, perlomeno sicuramente il mio, [può essere paragonato al] mondo onirico, nel quale ci sono dei temi, dei simboli che nel corso del tempo seguono storie parallele, vengono fuori e seguono una loro storia. Però non ho mai deciso che quello è un simbolo e che quindi io lo uso per esprimere determinate cose.

Quindi anche la scelta frequente della forma sferica è per un motivo plastico più che simbolico...


Assolutamente sì. L’ispirazione in genere avviene o attraverso la materia oppure attraverso delle immagini.

Parliamo della materia. Le sue opere danno prova di una grande versatilità nell’uso dei materiali. Prima di tutto nell’uso di tanti materiali diversi, e poi nel modo di trattare i materiali. A volte il marmo viene plasmato e lavorato con maestria per creare opere fortemente mimetiche, come il “Microscopio”, mentre altre viene lasciata la materia grezza, quasi per far sentire la bellezza della materia pura...


Nel caso del "MIcroscopio" [qui], ho voluto fare un microscopio di marmo, quindi la scelta del materiale, in quel caso, è stata di farlo scuro, ma non del tutto nero. La scelta del materiale è stata più che altro plastica, perchè il Nero Marquinia di cui è fatto il microscopio è un materiale resistente, e l’onice semplicemente perchè è bianco. È stata una scelta abbastanza empirica. Così come per il cannocchiale: volevo che fosse un cannocchiale trasparente. E volevo che avesse le ditate del modellato: ho penato per circa un anno e mezzo prima di riuscire a trovare il materiale giusto, che è una resina poliuretanica importata dagli Stati Uniti.

In questa mostra troviamo un microscopio puntato su un’ape, quindi un mondo minuscolo osservato con attenzione. E troviamo un cannocchiale, quasi un invito a sognare le stelle. Quindi troviamo l’attenzione per il mondo minuscolo e per l’universo, l’immensità. Quindi pariamo di rapporto tra le dimensioni: tra il macro e il micro, tra l’interno e l’esterno, tra l’opacità e la trasparenza...

Mi ha rubato le parole di bocca, perchè in effetti c’è "Il sogno di Berny" [qui], che è nato così: io stavo facendo il cannocchiale, che si chiama "Desiderio" [qui]", nel senso delle stelle. Lo volevo trasparente proprio perchè guardasse lontano ma allo stesso tempo guardasse nella trasparenza. Quindi è una metafora del guardare anche nel corso del tempo, cioè guarda anche al passato, al ricordo e soprattutto al desiderio: la metafora del cannocchiale è basata sul fatto di sapere esattamente cosa si desidera. Volevo che fosse plasmato su una forma antica, per cui la canna del cannocchiale l’ho fatta col metodo preistorico del colombino. Ma è un metodo un po’ lungo e noioso. Mentre lavoravo, Berny [la mia cagnetta], se ne stava come sempre lì a dormire acciambellata (infatti il cane acciambellato è un altro dei temi che ritornano nel mio lavoro) e ogni tanto ne facevo una sagomina. Da questo è nato il lavoro del sogno di Berny, che è basato su un paio di teorie. Una è una teoria aborigena australiana, che sostiene che il mondo è formato dai sogni degli animali, che mi piace molto perchè c’è questa trasposizione in cui l’uomo diventa un po’ meno importante. Un’altra è una teoria di uno dei miei maestri Adolph Portman, un biologo morfologo che partecipava alle riunioni di Eranos, fondate da Yung in Svizzera. Nel libro “Le forme viventi”, Portman espone una teoria un po’ cosmogonica sull’evoluzione, secondo cui le prime creature viventi sulla Terra erano completamente trasparenti, perchè non avevano necessità di distinguere l’interno dall’esterno perchè, essendo pochissime, non entravano in relazione, non si incontravano. Man mano che la vita sulla Terra ha cominciato a svilupparsi, che le creature trasparenti hanno cominciato a diventare di più, hanno cominciato ad incontrarsi e nella necessità di relazione hanno dovuto differenziare l’interno dall’esterno, proteggere l’interno e le interiora, pensiamo a quei pesciolini abissali in cui si vede il cuore, i polmoni ecc. E un paradosso, un ossimoro, per cui per poter entrare in relazione si diventa meno trasparenti, ci si nasconde, anche se la relazione deve tendere alla trasparenza. E lì torna il lavoro al cannocchiale, perchè in fondo “Desiderio” è anche un desiderio di incontro.

Allora possiamo dire che opere come “Dig to the roots” o “Persephonia Viridis” sono una ricerca del cuore della materia, un portare alla luce ciò che c’è dentro?

In qualche modo, sì, soprattutto per quel che riguarda "Dig to the roots" [qui], una delle mie prime sculture. "Persephonia viridis" [qui] non so nemmeno bene io cosa sia. Mi hanno regalato due pezzi di malachite, ero indecisa se lavorare la malachite stessa, poi era talmente bella, intoccabile (anche perchè è velenosa nella lavorazione e occorrono strumenti da gioielliere), che ho deciso di inserirla in queste due colonne di marmo. Una volta fatta, ho deciso che poteva essere una pianta. Allora, come facevano gli esploratori, i naturalisti del ‘700, mi sono inventata il nome della pianta, “Persephonia Viridis”, per via del mito di Persefone e di Dioniso: c’è questo verde sommerso che poi riemerge, esattamente come il mito di Dioniso che è legato ai cicli della natura.

In una mostra dove i colori dominanti sono il bianco, il nero e il trasparente, spicca un angolo dove ci sono opere di colore verde. Il verde ha un significato particolare, magari legato alla natura?

In realtà legato alla natura ma in un senso molto sottile, per me ancora abbastanza inspiegabile. Non so perchè io sento così tanto il colore verde. Il “Pavimento verde pisello”, ad esempio, vuole essere un po’ un assurdo, [è nato da un progetto per] una mostra molto importante. Sant’Agostino, ripreso da un altro dei miei maestri, Meister Eckhart, un teologo tedesco, dice che “Sull’alto del monte, tutte le creature verdeggiano, perchè partecipano alla luce di Dio”... come se la luce di Dio fosse verde. È una cosa talmente risonante... talmente risonante con me, che sento così tanto il colore verde...Non dimentichiamoci che il mio secondo nome, Carroll, è il cognome di mezza Irlanda, quindi è possibile pure che questo sentimento per il verde sia legato alle origini.

Parliamo di “13 modi di guardare un merlo”...

"13 modi di guardare un merlo" [qui] è una scultura per cui ho impiegato circa 5 anni, perchè è ricavata da un blocco unico, e in origine informe, di Nero Belgio, che è uno dei miei materiali preferiti. È un materiale difficile, perchè è vetroso. Viene dal Belgio e viene da un ulteriore raffreddamento e schiacciamento del carbone. È abbastanza odiato da tutti i marmisti, perchè è difficile: quando lo lavori si scheggia, è poco plasmabile ( come invece il marquinia o lo statuario: non è un caso che Michelangelo usasse lo statuario...che è resistente e plasmabilissimo). Il Nero Belgio è molto poco elastico e quando lo lavori è alquanto deprimente: fa una polvere che puzza di zolfo, è un po’ unta, va dappertutto... un po’ come farsi un giro in miniera! È un lavoro ispirato a un poeta americano, Wallace Stevens, la cui poesia ha lo stesso titolo, "13 ways of looking at a blackbird" [qui]. Non si sa di cosa parli esattamente la poesia, ma sicuramente è una metafora delle infinite possibilità di percezione della realtà.

Allora è a questo che allude anche il rapporto tra la scultura e le rappresentazioni a china: arricchisce ulteriormente la rosa di possibilità di percezione e di espressione.

Assolutamente sì. Le chine sono nate a seguito della scultura. Dopo aver passato tanto tempo pensando e immaginando i merli mi sono accorta che riuscivo a farli molto bene a china anche con un solo gesto, quindi sono fatti con una tecnica un po’ orientale. I modi di vedere la realtà non sono 13 ma sono miliardi, quindi probabilmente di qui alla fine della mia vita continuerò a produrre miliardi di merli! Così come, non ancora risolto, ma legato alla percezione della realtà, che è il motivo trainante del mio lavoro, della mia ricerca, anche se in senso poetico, è “Ombre precise”: è sempre trasparente perchè voleva essere, e ancora non ci sono riuscita, un oggetto la cui ombra fosse un’altra cosa. Quindi, contemporaneamente alla ricerca della percezione, c’è la memoria...

Un’ultima domanda. Qual è stato il percorso umano e professionale che L’ha portata fin qui, in particolare a Torino?

Sicuramente qualcosa che dev’essere legato al destino, perchè io sono nata a Roma, mio padre è americano di origine scozzese e irlandese, mia madre è mezza toscana e mezza napoletana. Forse per via del mio passaporto americano, non mi sono mai sentita romana, cosa che mi ha permesso a un certo punto di abbandonare Roma. Ho cominciato a bazzicare Torino e il Piemonte moltissimi anni fa, proprio per via dell’amicizia con alcuni scienziati, naturalisti, ecc., del museo di Scienze Naturali. Con loro giravo in lungo e in largo il Piemonte. In particolare un ornitologo mi ha insegnato moltissime cose sugli uccelli e mi presentò un altro ornitologo apicoltore, quindi tutto nacque in Piemonte. Poi, nel 2000, ho conosciuto Aldo Mondino e ho vissuto con lui alla sua morte nel Monferrato. Dopo la sua morte - ormai Roma l’avevo lasciata alle spalle, i miei genitori vivono in Versilia, che è un po’ la mia unica radice – ho deciso di rimanere a Torino, abbastanza coraggiosamente, perchè ero praticamente vedova, a Torino non ho parenti, in più è una città duretta. Ma lavoravo con una galleria, quindi ho basato la scelta abbastanza sul lavoro, poi avevo una casetta alla Consolata. Ora ho un nuovo amore, che vive a Torino. Torino è la città che amo.. era destino, un’affinità elettiva.

Cliccare sul player per ascoltare l'audio della versione integrale dell'intervista anche disponibile su Archive.org [qui]






Per approfondire il tema, si puo consultare il sito web di Jessica Carroll [qui]


Guarda le opere di Jessica Carroll sul nostro album ORflickr [qui]